30 diciembre 2007

José Alfaro (Nicaragüense): Nuevo Campeón Mundial de de los Pesos Ligeros AMB


Con muchas expectativas los nicaragüenses esperábamos la pelea que hoy en horas de la tarde celebraría nuestro púgil José Alberto Alfaro Gazo, a quien se le conoce como "Quiebra jícara" por su fuerte pegada, en esta pelea estaba en juego el Título por el Campeonato Mundial de los pesos ligeros de la AMB. Su rival: un peligroso y experimentado boxeador de Tailandia llamado Prawet Singwancha quien en sus últimos ocho años como peleador activo no había conocido la derrota. Lugar: Bielefeld - Alemania.

Para felicidad de todos los nicaragüenses este joven boxeador ganó la Corona en juego mediante una decisión dividida que, a juzgar por los reportes, no necesariamente refleja lo que en realidad ocurrió sobre el ring dado que el tailandés besó dos veces la lona en rounds diferentes y se le descontaron dos puntos por golpes ilegales (al nica le descontaron uno), también en rounds diferentes, lo cual indica que en una pelea cerrada el nica tenía al menos tres puntos de ventaja, que es lo que reflejan las tarjetas de los dos Jueces que le vieron ganar 114 - 109.

Felicidades a nuestro nuevo Campeón, al pueblo de León de donde es oriundo, y a todos los nicas que nos sentimos orgullosos cuando nuestros compatriotas logran destacar a nivel internacional. Ojalá esta sea la primer página de muchas honrosas que escriba nuestro nuevo campeón y de corazón deseamos que Dios le permita mantenerse alejado de los vicios y problemas que desgraciadamente rodean a los jóvenes valores en el medio de los deportes profesionales.

28 diciembre 2007

Eleições em Angola

Eleições legislativas marcadas para 5 e 6 de Setembro de 2008 Lusa
As eleições legislativas em Angola foram marcadas para 5 e 6 de Setembro de 2008, anunciou o Presidente da República, José Eduardo dos Santos, na sua mensagem de Ano Novo.
“A vontade do povo angolano deve exprimir-se com verdade e sem limitações nos dias 5 e 6 do mês de Setembro de 2008, nas eleições legislativas que serão oportunamente convocadas”, precisou o estadista, na habitual mensagem à Nação por ocasião do fim de ano. O Chefe de Estado angolano referiu que o exercício de voto é um processo que vai aprofundar o sistema democrático no país e permitir que ele (sistema) funcione normalmente. Com efeito, frisou que as próximas eleições devem ser realizadas num clima de paz, harmonia e fraternidade entre todos os angolanos, sem recurso à violência verbal ou física, mas na base da tolerância e respeito pela opinião e ideias alheias. Para tal, José Eduardo dos Santos disse ser fundamental que a segurança dos cidadãos e a protecção dos seus bens esteja completamente garantida pela Polícia Nacional, como garante da ordem. Segundo o estadista, a ordem pública é uma condição indispensável para que os cidadãos se sintam tranquilos e possam viver sem quaisquer constrangimentos nem receios e exercer os seus direitos e cumprir os deveres. Nesta perspectiva, o mais alto mandatário da Nação angolana precisou que a Polícia Nacional, como garante dessa ordem, tem de dar o exemplo, devendo os seus quadros e agentes pautar a sua conduta pelo respeito pela vida humana e pela propriedade pública e privada. “Só assim esta corporação corresponderá às expectativas de todo o povo angolano”, sublinhou Eduardo dos Santos, apelando à sociedade a estar sintonizada com o momento que o país vive, caracterizado de esperança e de grande confiança no futuro. Esta será a segunda vez que terá lugar em Angola uma escolha popular. As primeiras eleições legislativas tiveram lugar em 29 e 30 de Setembro de 1992. Recorde-se que as primeiras eleições gerais em Angola realizaram em 1992 com a participação de 18 partidos, ao passo que onze candidatos concorreram às presidenciais.

22 diciembre 2007

La lotta per l'assenza di Gianni Amelio



Il cinema di Gianni Amelio è detto "il cinema dei sentimenti", ma la definizione può ingannare. In realtà è un viaggio. A partire dal suo. Amelio è cresciuto in una famiglia di sole donne, il padre è emigrato quando aveva solo due anni, e nei suoi film si riflette quella mancanza di una figura paterna. Il viaggio è quella continua ricerca, quella "lotta per l'assenza".

Lui racconta di individui e delle loro ricerche, in cui i sentimenti sono raccontati senza enfasi, senza essere urlati, ma in modo freddo e terribile, con gran pudore e grande forza. Esempio è il film Così ridevano, in cui la massima crudeltà sta in ciò che non si dice e non si fa.

Ascoltarlo, vuol dire imparare molto sul cinema. Forse perché è un ex insegnante. Prima alle scuole medie e poi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. E continua ad insegnare ogni volta che parla ad un pubblico. "Se volete fare cinema iniziate a scrivere, vedete un film e dite cosa ne avete ricavato". Scrivere, leggere, insomma: studiare. Lo ha fatto anche lui. "A 12 anni già leggevo la rivista Cinema Nuovo", grazie a cui scoprì il cinema indiano di Satyajit Ray, la scrittura asciutta e l'indagine nello sguardo della macchina da presa che tutt'oggi definisce il suo "cinema ideale". Forse è questo il punto di forza di Amelio, il suo innamoramento nei confronti del cinema. Amelio è profondamente cinefilo, non (solo) cineasta. Anzi, dice di odiare i cineasti, anche se lo è stato nella sua prima fase. Ecco, il suo secondo punto di forza è quel trovarsi di mezzo, tra la prima generazione di registi e la terza, tra il classicismo e il cinema moderno, è quella libertà di prendere linguaggi diversi per crearne uno proprio. E l'intervallo tra un film e un altro non è silenzio, è ricerca di nuove forme di linguaggio.

E' uno che fa un film solo quando sente di doverlo fare, perché per lui il cinema è soprattutto un piacere. Tanto da snobbare la classica formazione cinematografica. "Consiglio a chi non è già stato infettato dal virus del cinema, di non iniziare dai classici. Nel dna dei classici c'è una componente pensosa, non ludica. Se volete iniziare, andate in un cinema e scegliete una cosa di genere, un genere che vi attrae. E non vedete un film solo perché qualcuno vi ha detto che è importante, altrimenti dopo quattro cose importanti uno si vota alla televisione". Scherza. Forse. Fatto sta, continua, "che il 99% dei debutti sono segnati da una presunzione di predica che ha allontanato il pubblico".

Insegnare e non predicare, è questa la sua aspirazione. "L'idea del sapere che la scuola dovrebbe dare è il filo rosso che attraversa tutti i miei film." Parla di un regista che definisce "bravo" ma che "ha fatto solo tre film e li ha presentati come una trilogia". E' inutile, Amelio odia i saccenti. I film non deve dirci delle verità, ma porre domande, e l'autore non deve farlo troppo con la testa, giusto quel che ci vuole, il resto "deve essere fatto con le viscere, addirittura con gli organi genitali. Non dobbiamo più vergognarci di parlare di tutto quello che sta sotto il cuore, perché siamo fatti di carne e sangue e ci rivolgiamo ad esseri fatti di carne e sangue come noi. L'individuo non è di carta". Ecco perché sceglie "attori dalla vita o la vita dagli attori".
Il regista, per lui, "è una levatrice come Socrate, che ti aiuta a venire al mondo. Ma poi tocca a te respirare". Si sente levatrice proprio perché da vita ai personaggi "senza spiattellare sentenze". E il regista che considera un maestro è Michelangelo Antonioni. "Di Antonioni apprezzo il coraggio della non retorica quando parla della classe operaia, in rapporto non ai problemi ma ai sentimenti". Una classe operaia che non è più massa ma insieme di persone". Il paragone con il suo film La stella che non c'è è immediato. "L'operaio di Antonioni si uccide, il mio piange per 3-4 minuti senza che apparentemente ci sia un motivo. Piange proprio quando raggiunge ciò che voleva, quella vittoria che poi alla fine è una vittoria di Pirro". Il film del 2006 con Sergio Castellitto ha anche una radice letteraria, La chiave a stella, opera di Primo Levi che ha come protagonista un altro operaio, e il cui libro apparire in una delle scene del film di Amelio.
Alla fine parla della situazione odierna. E torna a galla l'insegnante che c'è in lui. "Faccio parte di una commissione che si batte perché tutte le scuole, dalle elementari al liceo, possano avere 100 dvd da consultare come si fa coi libri in biblioteca". Bisogna guidare i ragazzi alla conoscenza del cinema, perché oggi il è fatto con armi improprie. "Se ai miei tempi c'era la caméra-stylo, oggi siamo arrivati al cellulare-stylo. Mai confondere il mezzo col messaggio. Guai a sentirsi registi solo perché si ha un cellulare, bisogna imparare ad esprimersi con quel cellulare".
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La filmografia di Gianni Amelio la trovate qui
Per "La stella che non c'è" andate qui
Per una versione più "personale" di questo articolo, visitate il mio blog
il cannocchiale

Acteal, usted y yo...

El 22 de diciembre de 1997, en Acteal, municipio de Chenalhó, Chiapas, 45 indígenas (un bebé, 14 niños, 21 mujeres y nueve hombres) pertenecientes a la organización Las Abejas Sociedad Civil fueron asesinadas, asesinados, por paramilitares de extracción priísta que la mañana de ése día se movieron desde la comunidad Los Chorros con apoyo del presidente municipal, también priísta, Jacinto Arias Cruz, quien contó a su vez con una red de complicidades que abarcó a los gobiernos estatal y federal; priístas también.

La preparación de los trágicos acontecimientos en aquella víspera navideña habían sido denunciados con anticipación por periodistas, religiosos, defensores de derechos humanos y sociedad civil en general en medios de comunicación electrónicos e impresos, de modo que nadie podía llamarse a sorpresa de lo que sin duda fue, parafraseando a García Márquez, la crónica de una masacre anunciada.

Sin embargo, la mañana del 23 de diciembre, cuando estando preparándonos para un festival cultural en las calles de la ciudad de Querétaro nos enteramos de lo sucedido a través de la prensa escrita, la noticia cayó como un balde de agua helada en el que la impotencia pronto se acompañó de la indignación y la rabia contenidas a lo largo de los casi cuatro años de contrainsurgencia en Chiapas.

Aún así, la masacre, en la que resultaron también heridas unas 25 personas y otras cinco desaparecidas, no frustró las posadas, ni las cenas, ni las fiestas que despidieron al año y dieron la bienvenida al 1998 en que, ahora sí, la multimentada sociedad civil salió a las calles para “demandar” justicia, esclarecimiento del crimen, deslinde de responsabilidades, indemnización a las víctimas sobrevivientes y a los familiares de las víctimas mortales y castigo a los responsables intelectuales y materiales del homicidio que pronto fue considerado más bien un acto genocida.

A diez años de todo aquello sabemos que muy poco de lo poco que ya de por sí era lo anterior se logró. Los intelectuales que desde siempre han trabajado para “limpiar” las cloacas del poder no han dejado de tender velos de mentiras sobre lo que hizo posible que la masacre ocurriera y que se mantenga impune, lo que ha servido de espaldarazo a los “informes” y supuestos peritajes de las “autoridades” que debiendo arrojar luz para entender lo que pasó sólo han proyectado la sombra de la impunidad.

Libres han quedado entonces los principales responsables de lo que, por sus puestos, sabemos ya como un crimen de Estado: Ernesto Zedillo, expresidente de la República; Emilio Chauffet, exsecretario de Gobernación; Miguel Ángel Godínez, exsecretario de Defensa Nacional; José Ángel Gurría, exsecretario de Relaciones Exteriores; Mario Renán Castillo, exmando de la Séptima Región Militar; Julio César Ruiz Ferro, exgobernador de Chiapas; Homero Tovilla, exsecretario de Gobierno del estado de Chiapas; Uriel Jarquín, exsubsecretario de Gobierno del estado; Marco Antonio Besares, exprocurador general de Justicia del estado; David Gómez, exsubprocurador de Justicia indígena; José Luis Rodríguez, exdirector de Seguridad Pública estatal; Jorge Gamboa, excoordinador de las policías del estado, o Jorge Enrique Hernández, exsecretario técnico del Consejo Estatal de Seguridad Pública.

Como ninguno de estos personajes han sido siquiera llevados ante los tribunales y muchos de quienes sí han sido inclusive encarcelados por el crimen de lesa humanidad en Acteal son, al parecer, inocentes, no se puede hablar de una verdera indemnización a familiares de las personas asesinadas ni a sobrevivientes ni, mucho menos, de castigo a los responsables: sin justicia verdadera no hay restitución del daño que valga. Más aún, a la impunidad con que gozan estos hombres se sumó la repetición de esta misma historia sine talione por sus sucesores: los presidentes (perdón por el eufemismo) constitucional, de facto y legítimo, Vicente Fox Quesada, Felipe de Jesús Calderón Hinojosa y Andrés Manuel López Obrador; los gobernadores priísta, perrede-panista y perredista de Chiapas, Roberto Albores Guillén, Pablo Salazar Mendiguchía y Juan Sabines Guerrero, y la cauda de disfuncionales funcionarios públicos e impúdicos que legal, ilegal, espuria o legítimamente les acompañaron y acompañan.

Algo ha cambiado, sin embargo, en medio de todo. Hace diez años usted y yo compartíamos una indignación común, salíamos a las calles y protestábamos porque el acta de defunción dictada desde los centros del poder contra la autonomía y la resistencia de los pueblos indígenas no se viera cumplida. Hace díez años usted y yo llenábamos los diarios, revistas, programas de radio y telenoticieros con sesudas declaraciones “exigiendo” justicia o escribíamos canciones, poemas, cuentos o montábamos obras de teatro para que el olvido no hiciera mella.

Hoy, usted y yo, saludamos los megaplantones lopezobradoristas que bloquearon Reforma durante semanas y el desalojo de adherentes de La otra campaña que hicieron lento el tránsito en calles y avenidas por unos minutos. Hoy, usted y yo, acudimos a los mítines de AMLO en Tlaxcala para denunciar el fraude electoral mientras trabajadoras sexuales son reprimidas por el gobierno municipal petista, es decir, frenteampliopositor, de Apizaco, sin que usted ni yo digamos nada.

Hoy, usted y yo, vemos cómo el gobierno perredista de Chiapas reconoce al gobierno espurio federal panista y recicla a los funcionarios priístas que cubrieron las espaldas a los asesinos en Acteal, no nada más sin que el presidente legítimo diga nada, sino hasta dándole su respectivo abrazo navideño y compartiendo sus coronas de flores, y, usted y yo, nos quedamos de brazos cruzados… bueno, casi, porque eso no nos impide acusar a los zapatistas de reaccionarios (aunque usted y yo seamos quienes saludamos la llegada de un rector priísta a la UNAM) o de hacerle el juego a la derecha (aunque usted y yo hubiéramos sonreído por las veces que comieron juntos Carlos Slim y Norberto Rivera con AMLO).

Hoy, los familiares del bebé, los niños, las mujeres y los hombres en su mayoría ancianos asesinadas, asesinados, siguen esperando que se haga justicia, y los asesinos preparan, con la complicidad panista y perredista de los gobiernos espurio y legítimo, la nueva celada; mientras tanto, usted y yo…

20 diciembre 2007

Los colores de la tierra, nuevas generaciones zapatistas.



El libro Los Colores de la Tierra, Nuevas Generaciones Zapatistas se presentará este jueves 20 de diciembre a las 6 de la tarde en el Club de Periodistas, Filomeno Mata número 8, Colonia Centro.

AUTORES:

Textos:
Emilie Joly, Haydeé Martínez, Isabel Sanginés, Paulina Fernández Christlieb, Ricardo Martínez Martínez.

Fotografías:
Dario Azzellini, Haydeé Martínez, Ingrid Fadnes, Isabel Sanginés, Ricardo Martínez Martínez.


19 diciembre 2007

Ni moderados ni modositos.

Una comida, abrazos; el color amarillo pondera las emociones, las icteriza. Lejos están esos hombres y esas mujeres del rojo que sale de sus bocas pero no alcanza a imprimir su corazón; ni hace falta.

Son tiempos de definiciones, dicen; “no creo en el zigzagueo” declara el comensal más importante, aquél con el que los allí presentes quieren platicar, al que desean saludar, del que no se perderán la oportunidad de salir con él en la foto.

No son cualquiera, les ha tocado estar y ejercer el poder; ahora mismo incluso lo continúan haciendo. La cerúlea política que les caracteriza viste a gobernadores como Zeferino Torreblanca en Guerrero, Lázaro Cárdenas en Michoacán, Amalia García en Zacatecas, Narciso Agúndez en Baja California Sur y Juan Sabines en Chiapas, lo mismo que a los jefes de gobierno y una que otra jefa que han pululado por la ciudad de México desde hace justo diez años. Finísimas personas.

En Baja California Sur, Agúndez Montaño (como nos recuerda Enrique Pineda, de quien hemos tomado buena parte de la información que aquí vertimos) es un ferviente promotor de la instalación de casinos, lo que no le ha permitido ocuparse de investigar y deslindar responsabilidades por el ecocidio provocado tras la venta de la isla El Mogote a favor del empresario Luis Raymundo Cano Hernández a razón de 12.5 pesos el metro cuadrado, cuando un tal Leonel Cota Montaño, actual dirigente nacional del ambarino partido de comensales que nos tiene aquí hablando de ellos y de quien se dice es su primo, aunque lo niega, era gobernador del estado.

En la ciudad de México la represión ha sido rasgo también significativo de la década de gobiernos perredistas en la capital del país, desde la golpiza a huelgistas de la UNAM en el Periférico hasta el desalojo de integrantes de la APPO enfrente del Palacio de Minería ante la visita de Estado de la presidenta chilena Michelle Bachelet, pasando por detenciones ilegales en manifestaciones contra la privatización del agua, confiscación de propaganda a integrantes de La otra campaña en cruceros de avenidas o arresto con violencia (incluyendo toqueteos en pechos y nalgas a mujeres, lo mismo que amenazas para todos, todas); gestos, todos estos, que han distinguido a gobiernos priístas y panistas represivos. Cuán cerca están los Cárdenas, Robles, López Obrador, Encinas y Ebrard de los Ramírez Acuña, Albores Guillén, Peña Nieto, Ruiz Ortiz o Estrada Cajigal.

En Guerrero, Torreblanca Galindo apenas tomó posesión ratificó a cuatro secretarios de la anterior administración y declaró que a la historia represiva de centenares de desapariciones, detenciones y asesinatos políticos de gobiernos estatales anteriores había que darle carpetazo; se ha convertido en el principal impulsor (como hiciera con el Club de Golf en Tepoztlán el militar priísta, y hoy socio de La Jornada, Jorge Carrillo Olea) del proyecto hidroeléctrico La Parota, que desplazará a través de la construcción de una enorme presa a más de 25 mil campesinos y afectará a otros 75 mil, y, reciéntemente, ordenó un operativo policiaco que desalojó con lujo de violencia (al más puro estilo de Ramírez Acuña en Guadalajara, Ulises Ruiz en Oaxaca o Peña Nieto en el Estado de México) a estudiantes y egresados de la Escuela Normal de Ayotzinapa. De él, Andrés Manuel López Obrador, quien en Fraude: México 2006 dijo tener en gran estima su propia honradez, ha dicho: “es un hombre auténtico, tiene su estilo de gobernar, pero lo más importante es que es un hombre honrado”.

En Michoacán, el gobierno de Cárdenas Batel se suma a un operativo de más de 2 mil policías encabezado por el gobierno federal panista para reprimir a trabajadores mineros de la Siderúrgica que lleva por nombre el de su mismo abuelo; dos trabajadores perderán la vida y otros 41 resultarán heridos. No es extraño, acusado por pobladores de Cheranatzcurin de asociarse con talamontes ilegales, el gobierno perredista amenazó, desalojó y agredió a integrantes de la Organización Campesina, Indígena y Popular “Ricardo Flores Magón”; actos deleznables que ni siquiera con la campaña de alfabetización conducida por instructores cubanos supieron leer los michoacanos que han vuelto a votar por un expriísta, el mismo que siendo ya perredista acordó con Elba Esther Gordillo la elección por urnas de la dirigencia de la Sección 18 del SNTE de Michoacán, golpeando así a la disidencia magisteral en el estado.

En Zacatecas, el gobierno de García Medina exporta braceros en lugar de frijol al tiempo que protege los negocios chuecos de su sucesor, Ricardo Monreal: el también excoordinador regional de la Redes Ciudadanas lopezobradoristas a través de las constructoras Plata y Rivera y Rivera (que en realidad son la misma y “pertenecen” a Humberto Godoy, prestanombres del ex priísta adoptado por el PRD cuando Zedillo le metió el pie para ser gobernador) ha ocasionado en Bajío La Tesorera, junto con Minera Company, por lo menos doce casos de intoxicación grave en niños; mientras, en Noria de Los Ángeles, la Minera Real de Ángeles, propiedad de Carlos Slim, ha dejado una clara estampa ecocida de lo que será el valle de San Luis Potosí gracias a la complicidad de los gobiernos panistas federal y estatal con Minera San Xavier. ¿Qué diferencia hay en estos casos, y en otros, entre los gobiernos perredistas de Monreal y García con los priísta y panista de Silva Nieto y De los Santos Fraga?

Pero el que se lleva las palmas, lo que sea de cada quien, es el gobernador perredista de Chiapas, de cuyo gobierno ni el mismo partido que lo llevó a la gubernatura parece sentirse muy orgulloso ya que ni siquiera figura en las vínculos a gobiernos biliosos en su página güeb. ¿Podía esperarse otra cosa de quien siendo alcalde priísta de Tuxtla Gutiérrez renunció para ser diputado tricolor en 2004, cargo que tampoco concluyó al ser invitado por el PRD para ser su candidato a la gubernatura del estado que viera nacer a Rosario Castellanos?

Sabines no puede hacer sino lo que su propia historia le dicta: su padre, Juan Sabines Gutiérrez, fue gobernador de Chiapas cuando el general Absalón Castellanos Domínguez era comandante de la 31 Zona Militar y juntos ordenaron la matanza de Wolonchan el 30 de mayo de 1980, tan tristemente célebre por aquellos años pero tan olvidada como quieren que quede la de Acteal. Así que no es de extrañar que al tomar posesión del cargo de jefe del poder Ejecutivo estatal llamara al paramilitar Rafael Ceballos para coordinar el Convenio de Confianza Agropecuaria y ahora esté nombrando como subsecretario de Comercialización de la secretaría estatal de Agricultura al ganadero Jorge Constantino Kánter.

Y es que Kánter Lobato, como el mismo Sabines Guerrero, son hombres del otrora también tristemente famoso Roberto Albores Guillén, quien siendo gobernador de Chiapas hizo todo lo que estuvo en sus manos para que corriera el financiamiento a los grupos paralimitares priístas que amenazaron y amenazan a las comunidades autónomas zapatistas, montó simulacros de deserciones de supuestos insurgentes y asumió como propias todas y cada una de las estrategias de guerra de baja intensidad que el segundo sexenio salinista, el de Zedillo, implementó en el estado.

“No creo en el zigzagueo”, dice el comensal invitado, su nombre figuró en las boletas electorales el pasado 2 de julio de 2006 al lado de los logos de los tres partidos que antes formaron la Coalición Por el Bien de Todos y hoy son el Frente Amplio Progresista. Es el mismo hombre que encabezando la dignísima resistencia ciudadana contra el fraude electoral que orquestó la oligarquía para imponer a Felipe Calderón abandonó por unas horas el megaplantón de Reforma, las suficientes para alzarle la mano al triunfante candidato perredista que hoy, siendo gobernador, cierra la pinza contrainsurgente en Chiapas y que dejaron abierta Zedillo y Fox.

En Monosapiens, sección de monos de la revista Proceso, los caricaturistas Hernández y Helguera se pitorrean del subcomandante Marcos por ser, como Krauze, dicen, “antipeje”; mientras tanto, El Peje teje alianzas no con quienes los pueblos indígenas tienen diferencias programáticas y pequeños desencuentros ideológicos, sino con quienes los persiguen, hostigan, desalojan, arrumban en prostíbulos, amenazan, golpean, incendian sus casas y les han asesinado a sus familiares y amigos. “Ni moderados ni modositos”, dice López Obrador; ahora sabemos a qué se refiere.

17 diciembre 2007

( LLAMADO FINAL ) 17 y 18 DE DICIEMBRE: PROTESTA PACÍFICA CONTRA LA CAZA DE BALLENAS.

A través de la presente carta se invita a todas aquellas personas chilenas y medios de comunicación que se sientan comprometidas con el medio ambiente y la vida animal a unirse a una campaña que pretende protestar de forma pacífica por la cruel matanza de ballenas que está realizando Japón según ellos con fines científicos.



Organismos Internacionales y ciudadanos de otros países

Les rogamos nos apoyen en sus respectivos países durante los días 17 y 18 de diciembre de estás u otras formas. Les pedimos además que divulguen esta información en los medios de comunicación de sus respectivos países y entre sus conocidos.


Propósitos


1. Pedirle al Gobierno Chileno que evite la entrada de barcos Japoneses a nuestros territorios para llevar a cabo la injustificada caza de ballenas.

2. Obligar al gobierno Chileno a que solicite continuamente ayuda a organismos internacionales.

3. Que se impida ahora y en un futuro una caza de éste u otro país de tantos ejemplares de ésta o cualquier otra especie.

4. Declarar las aguas jurisdiccionales chilenas como Santuario de Ballenas.


Manifestación

17 y 18 de diciembre 2007

Existen tres modos de manifestarse:


1. Colocar en el automóvil, bicicleta, micro, taxi u otro medio de transporte el siguiente mensaje dirigido a la presidenta de nuestro país, la Sra Michelle Bachelet "PRESIDENTA BACHELET, IMPIDA LA CAZA DE BALLENAS POR PARTE DE JAPÓN"

2. La segunda forma de manifestarse es usar en la muñeca amarrada o enganchado en alguna parte de nuestra vestimenta un lazo verde ya sea de cinta, lana u otros.

3. La tercera y tan importante como las otras es firmar la carta que Greenpeace ha elaborado. Para pincharla se debe ingresar a la siguiente dirección: Carta de Greenpeace






estamosenpeligro.blogspot.com

16 diciembre 2007

EL VALIJAGATE: La verdad y la mentira del escándalo del maletín con los 800 mil dólares

La noticia que ha impactado en Venezuela y Argentina es el escándalo de la maleta conteniendo 800 mil dólares provenientes del gobierno chavísta para financiar la campaña a la Presidencia de Cristina Kirchner, la cual le fue ocupada al empresario Guido Antonini Wilson.

En el siguiente tema hacemos el análisis jurídico y político de la trama, pulsar AQUÍ

Fraude, México 2006/3

Cual si de una lupa se tratara, Fraude: México 2006 presenta además a las y los morelenses una joya: imágenes editadas de la sesión permanente del Consejo Electoral Distrital 01 del IFE en nuestro estado, aquéllos 2 y 3 de julio de 2006.

En la toma aparecen algunos representantes de partidos políticos cuestionando al consejero presidente sobre un acta que, podemos suponerlo, no fue llenada por el ciudadano que fungió como secretario de la casilla. En medio de la repetición fílmica de burlas a la inteligencia de la gente, el caso aparece como una más, sin duda; y, lamentablemente, la respuesta del consejero que cita el artículo 214 del Cofipe para decir que aquello “no es una alteración, sino un olvido”, y por lo tanto no se justifica legalmente la apertura del paquete en cuestión, es, por decir lo menos, desafortunada.

Conozco tanto al consejero presidente como al consejero propietario que responde a las interrogaciones de los representantes partidistas, fui compañero suyo, también como consejero, en los procesos electorales de 1999-2000 y 2002-2003, y puedo asegurar que se trata de hombres honestos.

No obstante, considero que por querer ser más papistas que el papa, y por seguir a pie juntillas las indicaciones que el jurídico del Consejo General del IFE les hiciera llegar (como a todos los consejos distritales) sobre los casos en los que sí se podía abrir paquetes y en los que no, perdieron la visión de que por encima de todo en sus manos estaba la responsabilidad de garantizar certeza a la elección, uno de los principios rectores del mismo IFE por mandato constitucional.

Ignoro si finalmente el Consejo Electoral Distrital 01 del IFE en Morelos decidió, por votación, que aquella urna se abriera (mañosamente Mandoki no nos lo deja ver, como sí lo hace en el caso de la boleta anulada); pero espero que las señoras y los señores consejeros hayan optado por hacerlo, de lo contrario, en nombre del Estado de Derecho, hicieron pasar por encima de la Carta Magna una ley menor, como el Código Federal de Instituciones y Procedimientos Electorales, y terminaron prestándose a la sinvergüenzada que multiplicada mínimo por 300 dio el triunfo (triunfo ilegal e ilegítimo) a Felipe Franco Pinochet.

Después de esto no creo que les quedará duda, ni a ellos ni a los demás consejeros, de que para la próxima cualquier precaución en aras de dar certeza a un proceso electoral es poco: recuerdo que hubo consejeros de otros distritos que denunciaron los dictados del Consejo General. Me hubiera gustado encontrar los nombres de mis amigos entre ellos.

El juego electoral es una farsa que se teje mucho antes del día de la jornada crucial; así nos lo recuerda el epígrafe que cita a Fernando del Paso al comenzar Fraude: México 2006. Una lectura, acertada, es que el fraude viene junto con pegado a un régimen como el que padecemos desde que la revolución mexicana se interrumpió en 1920 con el asesinato de Zapata y la capitulación de Villa, como afirma Adolfo Gilly. Para Mandoki el fraude bien puede ser un ciclo que no deja de repetirse y que tiene en 1988 y en 2006 dos de sus ejemplos más claros.

Allí radica, justamente, la parte de responsabilidad que tienen el perredismo y el lopezobradorismo en el gran circo electoral: son parte de ese juego y quieren seguirlo siendo. ¿Acaso no sabían que algo así ocurriría desde el momento en que entre el PAN y el PRI, y gracias a la inoperancia política del PRD, designaron quienes serían los integrantes del Consejo General del IFE, Ugalde Ramírez entre ellos?

La respuesta a lo anterior no es un asunto banal. De contestar que no, habría que preguntarnos como ciudadanas, como ciudadanos, cuanto más vale la pena caminar junto a hombres y mujeres como estos. De contestar que sí, además de cuestionarles por qué entonces llamaron a participar de un proceso viciado de origen, valdría preguntarnos nuevamente cuánto vale la pena caminar junto a mujeres y hombres como estos.

Una lucha tienen enfrente de sí quienes participan de la CND y de la presidencia legítima de López Obrador: seguirse articulando para la supuesta defensa de nuestros recursos naturales, principalmente los energéticos, sin modificar de fondo el sistema que amenaza la conservación de éstos, ergo: no defender realmente los recursos naturales; o emplear todas sus energías en ponerle punto final a la clase política que perpetua éste sistema.

Su “tercera asamblea informativa” era también el marco para la rendición de cuentas del gobierno legítimo, de cara a los 20 compromisos que su presidente adquirió hace un año, ¿qué no? En medio de la indignación revisitada gracias a Fraude: México 2006 y de los provocadores repiques de campana en Catedral ¿se acordaron de pedir esas cuentas?

Según tengo entendido, la CND acaba de sumarse en pleno al Frente Nacional Contra la Represión (ya antes una comisión lo había hecho); señoras y señores convencionistas: ¿mandatarán a su presidente legítimo que ponga fin a la articulación de paramilitares de su partido, el PRD, en contra de las y los zapatistas, o esperarán a su “cuarta asamblea informativa” mientras Mandoki prepara su nuevo filme?

Fraude, México 2006/2

Fraude: México 2006 se trata de un filme inteligente y emotivo a todas luces; insisto: un muy buen panfleto. Mucho más respetuoso para con lo que la gente piensa y siente, en comparación con la sarta de espots (también panfletarios) que aprovechándose de las tragedias en Tabasco y Chiapas intentaron servir de trampolín a la nula legitimidad de Felipe Franco Pinochet.

Fraude: México 2006 es también, sin duda, un documento histórico; con esta convicción entré a la sala de exhibición y con esa misma convicción salí de ella. Hay, sin embargo, algunas inconsistencias (perdón, se me quedó pegado el lenguaje legaloide electoral) de las que creo no puedo callar. En principio, “la película de millones de mexicanos…” es, en parte, un fraude en sí misma.

Me explico. Fraude: México 2006 se ha anunciado por su realizador y su productor como una cinta que da cuenta, como su nombre lo dice, de la burla a la voluntad popular expresada en las urnas el 2 de julio de 2006 (cosa en la que se cumple); pero de la que siempre se negó que fuera también una película que hace las veces de culto a la personalidad de Andrés Manuel López Obrador, otrora candidato presidencial de la Coalición Por el Bien de Todos y actualmente dirigente de ése imaginario que algunos llaman la presidencia legítima de México, cosa en la que no sólo no se cumple sino que hasta se le compara con Salvador Allende.

Por otra parte, Fraude: México 2006 se promovía como el documental que terminaría por desvelar el laberíntico basurero de la legalidad y la democracia capitalistas (aunque no se decía con estas palabras), de modo que quienes estábamos seguros de que se había cometido fraude supiéramos también explicar cómo había sido, y quienes están ciertos de que las elecciones de 2006 brillaron de tan limpias se dieran la oportunidad de preguntarse: “¿y sí no?”. Sin embargo, la producción de Contra El Viento Films no dice nada que sus socios y muchos otros no hubieran dicho ya (inclusive se guarda información que podría ser fundamental para la película, en tanto documento histórico). Así, pues, Fraude: México 2006 es más bien “una película de millones de mexicanos…” realizada para consumo de esos mismos millones de mexicanos.

Esto del autoconsumo de un producto en principio artístico con justificaciones políticas, no es, creo yo, algo ilegítimo. Pienso que es bastante válido, sobre todo cuando se estaba en vísperas de su “tercera asamblea”, en la que mucha gente esperaba sirviera de marco al gran anuncio del lopezobradorismo (anuncio que no se dio): deslindarse del perredismo, pero que no fue sino la confirmación de que las ictéricas canalladas de la supuesta revolución democratizada seguirán siendo parte de la capirotada que se insiste en nombrar presidencia legítima. La cosa es que al quedarse en el autoconsumo está muy lejos de significarse más allá del mero artilugio propagandístico.

Muchos detalles se quedan en el tintero. Por ejemplo, en el plano de lo cinematográfico, contar de lo que para mí fue un empleo inteligente de ciertos recursos, como disponer de una voz femenina para la narración y de otra, masculina, para las entrevistas; “enmarcar” con escenas trabajadas en velocidades diferentes (menos de los 24 cuadros por segundo) el filme todo, dándole un toque como de película filmada a principios del siglo 20, o haciendo coincidir en una suerte de diálogo a muchas voces lo mismo las entrevistas que las grabaciones de todos los formatos disponibles, en una edición que creo excelente.

En el plano de lo político, poner en la mesa cuestiones que son fundamentales pero que pasan desapercibidas, como el hecho de que, según aseveraciones de Andrés Manuel López Obrador, el secretario de la Defensa Nacional en el sexenio foxista haya intervenido destacadamente en política, asuntos que no son de su competencia, en medio del desafuero que a él, a López Obrador, le orquestó la oligarquía, o la contradicción de quien insiste en presentarse, en tanto presidente legítimo, como un hombre que estima su honestidad como lo más importante de su persona y continúa guardando un silencio criminal ante la connivencia de su partido y su propia presidencia para con la estrategia guerrerista que Felipe Franco Pinochet pone en marcha contra los municipios autónomos zapatistas en connivencia con el priísmo local (léase: los caciques y terratenientes de toda la vida).

Fraude, México 2006/1

Por fin, Contra El Viento Films consiguió estrenar la cinta que se promociona como “una película de millones de mexicanos dirigida por Luis Mandoki”. Así que apenas, a penas, comenzó a proyectarse en las más de 200 salas que tiene previsto hacerlo, me apuré a verla movido en principio por una suerte de experimento muy personal: conocer por mí mismo la reacción de la gente entorno a la “tercera asamblea informativa” de su Convención Nacional Demócratica (CND), en el zócalo de la ciudad Monstruo.

Mis segundas motivaciones, lejos de enterarme de las evidencias recogidas por Mandoki sobre el descomunal fraude electoral, pues no esperaba que el director de Voces inocentes mostrara algo nuevo bajo el sol, respondían a meros intereses cinematográficos: saber qué había hecho con tanto material que él mismo no había filmado y atestiguar el resultado de un filme que en principio decía reconocerse como una película coral.

Salvadas las razones anteriores, que incluye el gusto personal que tengo para con el documental, género que si no mal recuerdo fue el primero en filmarse en estas tierras por aquellos años de la guerra que algunos llaman la Revolución Mexicana y que a pesar de ello ha sido el más desdeñado por público y distribuidoras, confieso que también tenía un fuerte interés por ser parte, al menos desde la butaca, de lo que creo es ya un hecho sin precedente en la historia que comparten el cine y la política en nuestro país. Supongo que no ha sido nada fácil producir, realizar y exhibir un panfleto de semejantes proporciones; sobre todo cuando es contrario al servilismo que profesan empresas como la Warner Brothers Company, Televisa o Cinépolis en aras de sus negocios con Felipe Franco Pinochet, dizque presidente constitucional de México.

Tras ver Fraude: México 2006 la rabia, como dijera una señora que estaba en el asiento detrás del que estaba yo, aparece de nuevo; creo que ése es uno de los propósitos fundamentales de Arreola y Mandoki, y lo han logrado. En lo personal, salí con un profundo respeto por toda esa gente (quienes filmaron, quienes se dejaron filmar, quienes se cooperaron para que la película pudiera ser terminada, quienes vigilaron la proyección de los trailers, quienes han comenzado a asistir a las exhibiciones… los millones de mexicanos correalizadores) y salí también con la esperanza de que sus aspiraciones de libertad, justicia y democracia verdaderas no se vean burladas de nuevo próximamente “en su cine favorito”; es decir, por el hombre que alguna vez les dijo que les amaba desaforadamente para luego negociar, con todo y guardada del moñito tricolor, las movilizaciones que lo llevaron a tener su nombre y el de su coalición en las boletas aquél 2 de julio de 2006.

Es de agradecerse, sin embargo, el oficio del cineasta con respecto a la edición de tantas y diversas grabaciones, logrando hacernos sentir que se trata de una respiración común; como también la apretada colección de pruebas del fraude, en un documento que consigue lo imposible: presentar un historial redondito de las piezas sueltas del rompecabezas de la democracia a la mexicana.

Más aún, Fraude: México 2006 es también una lección de que, como dijera el personaje principal de la película, en México la democracia no ha existido nunca. Son conmovedoras las imágenes de Salvador Allende (a quien la mayoría de quienes vean el filme quizá desconozcan), del mega plantón en Reforma, de la indignación de la gente que se sabe burlada o de la impotencia ante la criminal resolución del Tribunal Electoral del Poder Judicial de la Federación; como son provocadoras las escenas de los autonombrados comunicadores, verdaderos esbirros, sumándose a la canallada y el descaro, también expuestos, de quienes fueron y son la mano que meció la cuna del fraude.

Todas y todos están allí, comenzando por Felipe de Carlos Salinas Calderón tomando posesión como presidente de México en 1988/2006 y Vicente de la Madrid Fox Hurtado(r) declarando que aquestas son las elecciones más limpias de nuestra historia, secundados por Luis Carlos Ubartlet. Mandoki va de las muy acertadas comparaciones históricas al detalle casi imperceptible de una mancha en una boleta que mostrando claramente la intención del voto será anulada por un consejo electoral distrital digno de una obra de Valle-Inclán, pasando por el desfile de personajes igualmente esperpénticos como Elba Esther Gordillo, Carlos Ahumada, René Bejarano, Víctor Trujillo, Adela Micha, Carlos Marín, Leonel Castillo, Diego Zavala… finísimas personas todas y todos ellos.

Y es verdad: Mandoki no desveló nada nuevo bajo el sol; pero quizá por eso mismo, porque estando todo demostrado, tan claramente expuesto no sólo de ahora, el fraude es aún más grotesco en su consumación e institucionalización.

17 y 18 DE DICIEMBRE: PROTESTA PACÍFICA CONTRA CAZA DE BALLENAS Y PETICIÓN PARA QUE EN CHILE SE CREE UN SANTUARIO DE BALLENAS.


A través de la presente carta se invita a todas aquellas personas chilenas y medios de comunicación que se sientan comprometidas con el medio ambiente y la vida animal a unirse a una campaña que pretende protestar de forma pacífica por la cruel matanza de ballenas que está realizando Japón según ellos con fines científicos.



Organismos Internacionales y ciudadanos de otros países

Les rogamos nos apoyen en sus respectivos países durante los días 17 y 18 de diciembre de estás u otras formas. Les pedimos además que divulguen esta información en los medios de comunicación de sus respectivos países y entre sus conocidos.


Propósitos


1. Pedirle al Gobierno Chileno que evite la entrada de barcos Japoneses a nuestros territorios para llevar a cabo la injustificada caza de ballenas.

2. Obligar al gobierno Chileno a que solicite continuamente ayuda a organismos internacionales.

3. Que se impida ahora y en un futuro una caza de éste u otro país de tantos ejemplares de ésta o cualquier otra especie.

4. Declarar las aguas jurisdiccionales chilenas como Santuario de Ballenas.


Manifestación

17 y 18 de diciembre 2007

Existen tres modos de manifestarse:


1. Colocar en el automóvil, bicicleta, micro, taxi u otro medio de transporte el siguiente mensaje dirigido a la presidenta de nuestro país, la Sra Michelle Bachelet "PRESIDENTA BACHELET, IMPIDA LA CAZA DE BALLENAS POR PARTE DE JAPÓN"

2. La segunda forma de manifestarse es usar en la muñeca amarrada o enganchado en alguna parte de nuestra vestimenta un lazo verde ya sea de cinta, lana u otros.

3. La tercera y tan importante como las otras es firmar la carta que Greenpeace ha elaborado. Para pincharla se debe ingresar a la siguiente dirección: Carta de Greenpeace







Más información: www.estamosenpeligro.blogspot.com


15 diciembre 2007

Windows Feedback Program

windows Feedback Program, es un programa de recopilación de información que ha lanzado Microsoft.
¿Quieres conseguir una de estas copias gratuitamente?
-Microsoft Vista Ultimate (32 o 64 bits, en DVD)
-Microsoft Encarta Premium 2008
-Microsoft Office Ultimate 2007
-Microsoft Money Plus
-Premium o Microsoft Streets and Trips 2008

Pues es muy fácil.Te registras aquí. Creo que te instalas un programa que vigila todo lo que haces y manda la información a Microsoft.
También hay que rellenar unos cuestionarios sobre tu pc de vez en cuando.
Bueno, si te interesa son tres meses los que perderás tu privacidad.

13 diciembre 2007

Los Consejos del Poder Ciudadano en Nicaragua (I Parte):


En mis últimos posts (en http://tabanonica.blogspot.com) me he dedicado a recoger algunas opiniones relevantes acerca de la situación coyuntural creada por la instauración de los Consejos del Poder Ciudadano (CPC) en Nicaragua como brazo organizativo "popular" del FSLN desde el Poder o el Gobierno, como se prefiera.

Obviamente el proceso de selección de esas opiniones ha dependido de mi propia concepción ideológica y comprensión de los hechos, con ese trabajo previo se pretende la colección de los insumos necesarios para entender qué es lo que está pasando en Nicaragua. Mi punto es que si alguien ya dijo lo que yo pretendo decir, y lo ha dicho de manera espléndida no vale la pena tratar de superarlo, sin correr el riesgo de caer en una mala imitación.

Ahora bien, para los lectores menos avezados en los asuntos nicaragüenses he decidido dar mi pequeño aporte a la discusión, remontándome a lo que creo son los orígenes y destino de los CPC.

¿Qué son los CPC?

Para responder a esta pregunta cabe hacer un breve paseo histórico cuyo punto de partida se remonta a 1871, cuando, en lo que se conoció como "La Comuna de París", por primera vez el Proletariado accede al Poder y forma su propio sistema de gobierno reemplazando el tradicional régimen monárquico, en Francia. Esta primera intención del proletariado francés se vio reproducida y amplificada a partir de que en 1905 en Ivanovo - Rusia (donde este su servidor tuvo el honor de cursar algunos estudios universitarios) se creó el Primer Soviet (Consejo) de Diputados Trabajadores, el prototipo de lo que posteriormente fue el Poder Soviético. Como un pequeño asterisco podemos señalar que el primer soviet comunista cubano se creó en Mabay, un pequeño poblado ubicado cerca de Bayamo (oriente) por el año de 1933.

Los soviets fueron la manera elegida por el pueblo ruso para articular su organización y fortalecerse en la lucha que permitió la victoria de la Gran Revolución Socialista de Octubre de 1917 y, estando probada su efectividad estructural para el ejercicio del poder de las masas (el proletariado) fue la base del Gobierno Revolucionario que se instauró, al extremo de que el conjunto de países que posteriormente se agregaron a este gran movimiento se llamó precisamente Unión de Repúblicas Socialistas Soviéticas (o simplemente Unión Soviética), e incluso los habitantes de dichas Repúblicas eran popularmente conocidos como soviéticos.

Para desgracia del proletariado mundial, los soviets alcanzaron tal grado de Poder que fueron prontamente infiltrados por arribistas y vividores (de los que abundan en la clase política a nivel mundial), desnaturalizándose de esa manera su intención inicial. Obviamente la principal infiltración provino del Partido Comunista y, de ser una estructura popular del proletariado, los soviets se convirtieron en una estructura partidaria de control sobre la población.

Con el triunfo de la Revolución Cubana en 1960, los Soviets son importados a nuestra región latinoamericana bajo la figura de los CDR (Comités de Defensa de la Revolución) y a partir de 1979 se incorporan a la realidad nicaragüense bajo el nombre de CDS (Comités de Defensa Sandinista). Que los CDR cubanos son estructuras partidarias lo dijo claramente el mismo Fidel Castro:

"Los Comités de Defensa de la Revolución, bajo la dirección del Partido y, en unión de las demás organizaciones de masas, constituyen un baluarte sólido e indestructible de nuestra histórica y gloriosa Revolución", apuntó el Comandante en Jefe, el 28 de septiembre de 1975, en ocasión de celebrar el XV aniversario de los CDR.

como también podemos testificar que los CDS éramos "ojos y oídos de la revolución", así como nuestra principal consigna de aquellos años era "Dirección Nacional: ¡¡¡Ordene!!!"

Naturalmente, en Cuba como en Nicaragua, el origen de esas organizaciones fue realmente popular y espontáneo, ya que nacieron como una necesidad de unión y compartimentación dentro de procesos de lucha revolucionaria. Al mismo tiempo el fenómeno de infiltración y dominio partidario acaecido en los Soviets fue íntegramente copiado por los líderes de la época, en cada país.

En la historia más reciente tenemos el fenómeno creado en Venezuela artificialmente por Hugo Chávez, promotor de una absurda tendencia que ha dado en llamarse Alternativa Bolivariana o Socialismo del Siglo XXI, conocidos como Consejos Comunales y, aún más recientemente, Consejos del Poder Popular. La novedad en esta modalidad es que Chávez goza de facilidades económicas que le han permitido "comprar" adeptos provenientes de las clases más desposeídas de Venezuela (las cuales superan en número a las clases media y alta de la sociedad venezolana, como ocurre en todo país latinoamericano por supuesto).

Estos son los antecedentes históricos de los actuales CPC que aparentemente Daniel Ortega logró ya imponer en nuestro país y, sobre la base de los mismos podemos definir: Los Consejos del Poder Ciudadano son estructuras partidarias mediante las cuales el Partido en el Poder pretende obtener una base social amplia, sólida y fiel que le permita sostener sus programas de Gobierno.

Con el apoyo económico de Hugo Chávez y ante la falta de una verdadera base social, popular sandinista, Daniel Ortega está optando por la nueva modalidad (creada por su actual benefactor) y así los CPC se están estructurando alrededor de aparentes beneficios para la población (como la venta de productos básicos a precios más bajos que los del mercado y el acceso a créditos fáciles y de bajo costo).

Uma maneira de ver as coisas



06 diciembre 2007

O paradoxo da abundância (*)


Os Bispos angolanos fazem, pois, um apelo para uma gestão económica mais aberta e, também, mais transparente. Recordo que a falta de transparência e a má governação são focados como características dos países onde se verifica o «Paradoxo da Abundância»

Justino Pinto de Andrade

Em 2006, na sua II Assembleia Anual, a Conferência Episcopal de Angola e São Tomé (Ceast) produziu uma Mensagem Pastoral onde dizia: «Os abundantes rendimentos colhidos através dos recursos naturais que Deus outorgou ao povo angolano devem ser universalmente utilizados no combate à pobreza e à miséria de tantos irmãos, acabando com o escândalo do paradoxo da abundância». O «Paradoxo da Abundância» é uma expressão que ilustra o comportamento algo errático, do ponto de vista económico e social, dos países dependentes dos recursos naturais. Eles têm, normalmente, um desempenho económico irregular, grandes níveis de pobreza e desigualdades económicas, enormes injustiças sociais, violência e muitos conflitos. São, também, países onde se verificam elevados de corrupção, má governação e falta de transparência. Infelizmente, a situação presente em Angola não foge muito deste quadro. Num relatório datado do ano de 2006, o Banco Mundial atribuiu ao chamado «Paradoxo da Abundância» a razão da existência de 68% de pobres entre a população angolana, resultado de um inquérito aos agregados familiares, no ano de 2001, sobre as despesas e receitas da população. O Banco Mundial atribuiu ao «Paradoxo da Abundância», o facto do «Coeficiente de Gini» ter piorado entre 1995 e 2000, passando de 0,54 a 0,62, o que indiciava um agravamento na distribuição do Rendimento Nacional. Contudo, o actual Ministro angolano da Finanças, José Pedro de Morais, não é dessa opinião. Numa intervenção que fez na Universidade Lusíada de Angola, no ano de 2006, José Pedro de Morais disse não concordar com a avaliação então feita pelo Banco Mundial. Para o nosso Ministro, tudo isso se deveria, sim, praticamente, ao agravamento da guerra. A questão que eu coloco agora é que, em 2005, o «Coeficiente de Gini» era já de 0,64, evidenciando um claro agravamento da desigualdade na distribuição do rendimento, num período já sem guerra. A guerra terminou em 2002. Pelo menos, no que diz respeito às desigualdades económicas, o Banco Mundial tinha razão. Haviam, então, decorridos três anos, desde que cessaram os combates entre as tropas do governo e a Unita. É um facto que, desde 2002, a economia angolana tem estado a crescer a ritmos bastante elevados, fazendo-o, porém, a taxas bastante irregulares, como veremos: ANO TAXA DE CRESCIMENTO DO PIB 2002 13,3% 2003 5,6% 2004 11,3% 2005 20,6% 2006 18,6% A economia cresce todos os anos, as de um modo irregular, pois ela depende demasiado da evolução dos preços do petróleo e também do ritmo com que entram em exploração novos campos deste recurso. Este é mais um ponto a favor do que foi postulado pelo BM. Somos, efectivamente, um dos países que mais cresce em todo o mundo. Em África, em termos de taxa de crescimento anual do PIB, supera-nos, apenas, a Guiné-Equatorial, um outro país também recentemente entrado no clube dos países africanos produtores de petróleo. Este país cresceu, no ano de 2006, a uma taxa superior aos 30%. Desde que a guerra terminou, a evolução dos rendimentos fiscais do tem sido impressionante: ANO RENDIMENTOS FISCAIS DO PETRÓLEO (Milhões de Usd) 2002 3.000 2003 3.700 2004 5.700 2005 10.500 2006 17.000 2011 40.000 (previsão) A partir de 2004, verifica-se uma arrecadação extraordinária de receita petrolífera, fruto da subida inesperada dos preços do petróleo. Num «workshop» sobre a gestão dos rendimentos do petróleo, realizado em Maio de 2006, entre o Ministério angolano das Finanças e o Banco Mundial, aventou-se a hipótese de os mesmos rendimentos virem a crescer de um modo vertiginoso, ao ponto de, em 2011, poderem atingir a cifra de Usd 40 mil milhões. Estamos, pois, a falar de valores fornecidos por fontes oficiais. Porém, existem fundadas dúvidas sobre a sua veracidade, uma vez que o Governo de Angola não aderiu à Campanha sobre a transparência na utilização dos fundos provenientes das Indústrias extractivas, guardando para si, a sete chaves, muita informação. Por isso mesmo, na Mensagem Pastoral da sua II Assembleia Anual, a Ceast declarou ainda: «As empresas petrolíferas devem partilhar da responsabilidade da transparência, publicando em Angola ou nos países de origem, não só os pagamentos que fazem ao governo, mas também as condições dos contratos que regulam as suas actividades”. Os Bispos angolanos fazem, pois, um apelo para uma gestão económica mais aberta e, também, mais transparente. Recordo que a falta de transparência e a má governação são focados como características dos países onde se verifica o “Paradoxo da Abundância”. Os indicadores sociais constantes de estudos realizados por fontes insuspeitas colocaram-nos no lugar número 160 na lista do Índice de Desenvolvimento Humano do PNUD, entre 173 países. No último relatório, agora saído, e referente ao ano de 2005, descemos para o lugar 162, de entre 177 países. Estamos na cauda da tabela, não obstante todas as receitas petrolíferas, ordinárias e extraordinárias, e outras. A nossa taxa de mortalidade infantil (de 0 aos 5) está fixada em 250 crianças por 1000 nascimentos1. Quer dizer que 1 em cada 4 crianças que nascem em Angola morre antes de atingir os cinco anos de idade. Morre-se muito por paludismo, tuberculose, diarreias, cólera. Temos dos maiores índices de mortes maternas. São enormes as desigualdades e as disparidades sociais, com uma grande parte da nossa população a viver em extrema pobreza. Uma minoria insignificante de pessoas detém mais de 95% das riquezas do país. Este é ainda o “Paradoxo da Abundância”, que o Ministro das Finanças recusou para o caso de Angola. Acredito que ele aceite esta definição para outros países. Para Angola, José Pedro de Morais só viu o impacto da guerra, e nada mais. O Relatório Económico de Angola produzido no ano de 2006 pela Universidade Católica de Angola aponta para muito próximo dos 70% da população angolana a viver com menos de 2 dólares por dia2. Esses 70% dos angolanos são a parte da população que não tem energia eléctrica nem consome gás. A estes angolanos faltam os bens essenciais para a sua sobrevivência, nos domínios da educação, saúde, emprego, água, etc. A explicação deste fenómeno contraditório (grandes e crescentes receitas petrolíferas, e outras) reside, sobretudo, no seguinte: I) Ainda as sequelas da guerra, num país que ficou bastante desarticulado. Por exemplo, os campos foram abandonados por populações que deixaram as suas práticas tradicionais de produção e de subsistência, tendo-se concentrado na periferia, e até mesmo no centro das principais cidades; II) Políticas económicas erradas que se seguiram à independência. Deve-se a elas, em parte, pelo menos, a inoperatividade das antigas indústrias e outras actividades económicas; III) Direccionamento de volumosos recursos financeiros do Estado para alimentar o esforço de guerra, em detrimento dos sectores produtivos e dos sectores sociais; iv) Práticas de má governação e de corrupção – só não as vê, quem não quer. Resultado imediato: delapidação dos bens públicos, açambarcamento de uma parte importante dos rendimentos públicos, onerando os custos e tornando a economia ineficaz. Não existe uma informação muito segura sobre os rendimentos do sector diamantífero, o segundo sector produtivo mais importante de Angola, pelo menos como fonte de rendimento para o Estado. Hoje, é no sector diamantífero onde se realizam grande parte das actividades que têm permitido o enriquecimento muito rápido das figuras políticas civis e, também, militares. É aí onde está instalada a maior anarquia, com uma invasão silenciosa de aventureiros, quer angolanos, quer provenientes de diversas partes do mundo. A paz de 2002 funcionou como um verdadeiro “detonador” para o cometimento de todo o tipo de arbitrariedades, fazendo das áreas de exploração de diamantes aquelas onde tudo é possível. Lá, não só se violam flagrantemente os mais elementares direitos humanos, como, igualmente, se agride de forma atroz a natureza, desventrando-se os rios e tornando improdutivas as terras que seriam aráveis. Têm sido constantes as denúncias sobre assassinatos de gente envolvida no garimpo, levados a cabo por indivíduos ligados, sobretudo, às empresas de segurança. São vários os relatórios a denunciar essas situações, uns, no passado, da responsabilidade da «Open Society», e ultimamente confirmados por uma autoridade insuspeita como a Comissão das Nações Unidas sobre Prisões Arbitrárias, que recentemente visitou Angola e esteve na Província da Lunda Norte. A exploração da terra, na maior parte do país, começa a ser efectuada muito em desfavor dos seus proprietários tradicionais. Eles são agora desapossados em favor de gente que nada tem a ver com as localidades onde os camponeses sempre viveram, sobretudo, no sul de Angola. Os conflitos de terras são uma constante, o que só reforça a ideia de que a paz de modo algum se tornou sinónimo de justiça social, nem um impulso ao desenvolvimento. Haverá, sim, crescimento económico, porém, sem a participação das populações, e muito menos a favor delas: são cada vez mais excluídas. E tudo isto é feito sob o silêncio e a cumplicidade dos grandes interesses nacionais e, também, internacionais. É verdade que o «mundo do diamante» é feroz. Mas, é também verdade que o «mundo do petróleo» não o menos. Este chega até a ser mais cínico, porque parece mais selecto. Olhemos para a Região do Delta do Rio Níger. E porque não, também, para a Guerra do Iraque?

(*) Comunicação apresentada do dia 23 de Novembro, na Sociedade de Geografia de Lisboa, durante a Conferência «Perspectivas de Paz para Cabinda»

04 diciembre 2007

Um Escritor de Angola (5)- Amélia Dalomba

Amélia Dalomba, nasceu em Cabinda aos 23 de Novembro de 1961.


Tem exercido actividades profissionais em diversas áreas do jornalismo, nomeadamente radiofónico e de imprensa. Publicou poemas e artigos no Jornal de Angola. Presentemente prossegue os estudos superiores de Psicologia. É uma das poucas vozes femininas que no nosso meio literário demonstra um relevante interesse em trazer contribuições novas para a poesia angolana. A sua dicção poética insere-se, até este momento, numa das correntes visíveis entre os autores da Geração das Incertezas, a chamada Geração de 80. Tal tendência ou corrente manifesta-se através de um ostensivo tratamento estético da relação que se estebelece entre o homem e a mulher. Nota-se o recurso a um despojamento vocabular denso do ponto de vista semântico, resultando daí aquilo a que poderia denominar uma poética corporal.



Sobre a poesia desta autora, Manuel Rui diz: "No sentir, o laboratório dos sentidos para escrita, percebe-se à primeira vista, que é mesmo feminino". Amélia Dalomba é membro da União dos Escritores Angolanos em cujos corpos gerentes tem ocupado diversos cargos.
Publicou: Ânsia (1995) e Sacrossanto Refúgio (1996)

http://www.nexus.ao/kandjimbo/dalomba.htm






El triunfo del NO en Venezuela:


Por la trascendencia que tiene en la actualidad nicaragüense el quehacer político de Venezuela, hemos venido dando seguimiento a la discusión acerca de un Referendo mediante el cual Hugo Chávez pretendía Reformas Constitucionales que le garantizaran la permanencia en el Poder a perpetuidad.

En fechas recientes la juventud venezolana se volcó a las calles ejerciendo presión en contra de las pretendidas reformas y su digna lucha logró un resultado inesperado para todos: el triunfo del No a dichas reformas. Este triunfo resulta inesperado porque conocemos que Chávez ha logrado mantener un discurso y quehacer cotidiano de carácter populista, dirigido a mantener satisfechas a las grandes mayorías pobres de Venezuela; al mismo tiempo, Chávez tiene absolutamente desarticulada a la oposición y goza de un control absoluto de todos los Poderes del Estado; por último, Chávez cuenta con recursos económicos casi ilimitados para ejercer campañas de opinión (como en efecto lo hizo) a favor de sus "propuestas políticas". Entonces, ¿Qué fue lo que pasó?

En primer lugar considero que Chávez se ha confiado al creer que su "base social - electoral" ha permanecido inamovible desde sus últimas victorias en consultas populares, de esa manera Chávez cometió el "error" de permitir una observación amplia y profunda del proceso, que no le ha permitido a él mismo maniobrar fraudulentamente para variar sus resultados. Hugo Chávez realmente creyó que su propuesta era invencible.

El segundo error mortal cometido por Hugo Chávez ha sido la amenaza pública que lanzó a la oposición advirtiéndoles que si guerra querían, la obtendrían. Chávez dijo estar dispuesto a aplastar a la oposición con las armas si era necesario. Este discurso arrogante y prepotente, lejos de brindar confianza a sus seguidores, logró despertar el miedo; era innecesario decir algo que es evidente a la luz de las represiones que venía ejerciendo en contra del movimiento estudiantil, todos sabemos que Chávez está siempre dispuesto a reprimir a la oposición por medio de sus fuerzas armadas. Muchos votantes por el SI no acudieron a las urnas y están dentro del 44% de abstencionismo registrado, Chávez les infundió el miedo que les retuvo en sus casas.

Un tercer momento digno de análisis es el hecho de la constante y permanente movilidad de Chávez en la arena internacional, bien dice la sabiduría popular que no puede andarse en dos caballos a la vez o usar al mismo tiempo dos sombreros. Los venezolanos están cansados de ver cómo sus riquezas están siendo utilizadas para crear un movimiento internacional del que ni siquiera ellos mismos están claros, las victorias de Evo Morales, Daniel Ortega y Rafael Correa lejos de fortalecer a Chávez le están debilitando, existe una evidente falta de credibilidad en cuanto a la capacidad de Venezuela para cubrir las necesidades de esos tres países cuando dentro de la misma Venezuela existe abundante pobreza y marcadas diferencias sociales que no han podido ser resueltas en dos períodos de gobierno chavista. Mientras Hugo Chávez gana adeptos en Cuba, Bolivia, Ecuador o Nicaragua, los pierde en Venezuela.

El Socialismo del Siglo XXI es un absurdo carente de sustento ideológico real, no puede estar basado en las doctrinas socialistas desaparecidas con la caída del bloque socialista y el fin de la guerra fría (si así fuese sería una concepción muerta desde antes de su proclamado nacimiento), no es el producto de un grado de conciencia social alcanzado por la sociedad venezolana en su conjunto y ni siquiera tiene base doctrinaria conocida. En buen nicaragüense podemos decir que el Socialismo del Siglo XXI es "arroz con mango".

Mi criterio particular es que tras la promoción de tantas bondades y utopías pseudosocialistas se encubre el más vil y mundano enriquecimiento ilícito de los ya mencionados gobernantes, en una burda patraña sociopolítica que se aprovecha de la imagen arcaica de Cuba (más bien de Fidel Castro) como último bastión de lo que antes fuera un movimiento que infundió verdaderas esperanzas a los pobres de la tierra.

Así como suelo afirmar que Daniel Ortega no es ya revolucionario (mucho menos Sandinista) también puedo decir que Hugo Chávez no es, y nunca será, un verdadero Comunista. La relación Chavez - Fidel es una de mutualismo económico y político, mientras Fidel obtiene auxilio económico para Cuba, Chávez recibe en préstamo una ideología para alzarla como bandera que justifique sus desmanes.

Es una lástima que con la edad Fidel haya perdido de vista el daño que causa a su propio país apoyando a Chávez, la imagen de Cuba es odiada por una buena parte de los venezolanos que desconocen los verdaderos alcances de la Revolución Cubana y la magnitud de sus logros en materia social; del mismo modo se ha ensuciado la imagen del Ché y (ya en nuestro país) la imagen del Sandinismo. Hugo Chávez y sus locuras excéntricas están terminando de matar el sueño socialista. ¿Será por esto, acaso, que los Estados Unidos no hacen nada para detener a Chávez?

Por último, es necesario destacar que el triunfo del No en Venezuela ha sido un éxito rotundo de la Juventud Venezolana y aquí encontramos otra contradicción que nos pone de cara a la realidad de Hugo Chávez: La Juventud es la manifestación real y espontánea del espíritu rebelde y revolucionario por excelencia. Los políticos quedaron atrás en Venezuela, una vez más estuvieron a punto de "entregar la valija" mientras recomendaban no acudir a las urnas para no legitimar el fraude que Chávez presumiblemente cometería en el Referendo. Así fue que lograron que Chávez hoy ostente un Poder omnímodo, abandonando el país a su suerte.

En su oportunidad me aproximé a opinar en foros venezolanos que esa no era la salida, que tenían que votar y defender su voto a capa y espada, el presente resultado me ha dado la razón. Hoy día mi consejo para los valientes jóvenes venezolanos es que, pasada la euforia de este merecido triunfo, se incorporen activamente en la conformación de su propia fuerza política y se enfrenten en la arena democrática en contra del Autoritarismo Chavista y la Indolencia de los Políticos Tradicionales.

El triunfo de la Juventud Venezolana debe traducirse en la creación de un Proyecto de Nación Joven y Renovador que involucre a todos los estratos sociales y que les permita el verdadero disfrute de las riquezas naturales que poseen.








I got my name in lights with notcelebrity.co.uk

03 diciembre 2007

02 diciembre 2007

RESULTADOS Y PRONOSTICOS REFERENDUM CONSTITUCIONAL EN VENEZUELA

Para este día en Venezuela, se celebra el referéndum en donde se decide si se aprueba o rechaza la "propuesta" a la contrarreforma a la Constitución Bolivariana, impulsada por el Presidente Hugo Chávez Frías.

Por ello hacemos una cobertura continua, resultados y pronósticos, pulsando AQUÍ

ACTUALIZACION: Según encuestas particulares "exit poll", la opción del SI se impone con un margen de 8% de ventaja sobre el NO. Gracias a la abstención. (El reporte es del Estado de Trujillo, que confirma el pronóstico de las encuestas con relación a ese lugar)

Desde anoche y desde ahora, hay celebración chavísta en las calles, con reporte en Caracas. Mientras que la oposición ha demandado el cierre puntual de las votaciones a las 4 P.M.

- En Noticiero Digital, hay una encuesta que le da al NO ventaja arrolladora: AQUI

ULTIMA HORA!!!!

Agencia REUTERS, da victorioso al SI con 8% de ventaja: Detalles AQUI

Robot manía toda una realidad

Hace una década sí tu hijo te hubiera pedido de regalo un robot, ¿que hubieras pensado?, tal ves te hubieras inventado una escusa para explicarle que eso solo existe en las películas, pero lo que hace una década era ciencia ficción, ahora es una realidad, la Robomanía se esta acercando cada vez más a los hogares y aun que los precios son casi idénticos a la de una computadora de escritorio, el mercado ya abrió sus puertas.

Entre los favoritos de este año esta el Robo Boa.



El Roboquad es otra de las sensaciones de este año.



Pero lo más increible posiblemente es ver a un robot dándole ordenes a otro.



Ahora véanlos a todos interactuar con los niños.



Aun la inteligencia artificial de estos robot es limitada pero con el paso de los años, la reducción de los microprocesadores y el estudio de nuevos algoritmos, nos llevara a un futuro, donde los robots y los hombres coexistirán en una simbiosis , si se le puede decir así y poco a poco estos robots tendrán otras utilidades en el hogar además de divertir a los niños.


Vía: Digitalcois.com